In pratica

Loft: cos’è, come arredarlo, differenze con l’open space

Icona di uno stile di vita, l’alloggio derivato dagli spazi produttivi dismessi ha acquisito nel tempo il fascino di una soluzione abitativa senza vincoli e fuori dagli schemi, sull’onda dei cambiamenti sociali e della trasformazione delle periferie industriali. L’immaginario cinematografico e televisivo ha fatto il resto, definendo un modello con peculiarità irresistibili.

Cos’è il loft?

Prima di diventare l’abitazione per eccellenza dei manager rampanti alla fine del secolo scorso, e prima ancora di venire alla ribalta come tipologia di residenza, il loft era semplicemente un ampio deposito o una sala macchine all’interno di un impianto produttivo: a partire dagli anni ’70 del 900, negli Stati Uniti e, a seguire, in molti altri Paesi del mondo, gli spazi di fabbriche dismesse, i locali commerciali sfitti e i capannoni che avevano contenuto merci di vario genere, iniziarono a essere utilizzati come case.

Niente a che vedere con gli appartamenti “comuni” o le villette circondate da giardini.
Il loft, che continuò a evolversi nei decenni successivi, si adattava al modo di vivere di chi, soprattutto nelle metropoli e nelle città medio-grandi, si trasferiva nei pressi del centro per avvicinarsi al luogo di lavoro; persone in carriera, di solito libere da vincoli familiari e con una vita sociale intensa anche fuori dall’orario di ufficio.

Un consistente sottogruppo di abitanti-tipo degli alloggi ricavati a partire da ex edifici produttivi è sempre stato costituito dagli artisti, attratti dalla possibilità di ricavare i propri atelier nella disposizione libera del loft.

Accanto a pittori, scultori e fotografi, che si muovevano nel solco della tradizione delle soffitte occupate dai bohemien parigini ottocenteschi, nel tempo hanno aderito alla filosofia dello spazio di matrice industriale anche musicisti, attori, cineasti.

Se in origine la scelta di abitare un loft derivava dall’esigenza di risparmiare sull’affitto, alla fine si è trasformata anche in uno status symbol: la ristrutturazione delle fabbriche dismesse è stata commissionata a grandi nomi del design e, intorno alla creazione di loft, si sono rivitalizzate intere aree urbane.

In definitiva, dall’iniziale connotazione casual delle abitazioni ricavate in locali privi di qualsiasi compiacimento decorativo – ma scelte come casa da personaggi di successo, e presenti come set in tanti film e serie tv – è derivato uno stile ben definito, che identifica il loft e gli elementi di arredamento al suo interno.

Quali sono le differenze tra loft e open space?

Una premessa: i termini loft e open space contengono un implicito riferimento comune allo spazio privo di delimitazioni, ovvero a un insieme di aree delineate non da divisori fissi (per esempio, pareti), ma attraverso funzioni corrispondenti a gruppi di arredi, complementi, dispositivi di vario genere. Al di là dell’apertura, che è anche soprattutto libertà di visuale, tra loft e open space esistono alcune sostanziali differenze.

Derivando da costruzioni industriali, il loft ha dimensioni particolari, non canoniche per un’abitazione: le altezze possono raggiungere i 5 metri e, analogamente, le lunghezze degli ambienti disegnano perimetri molto estesi. La struttura è spesso basata su elementi di acciaio (travi e pilastri), associati a parti in muratura o cemento.

Anche le aperture rappresentano una particolarità, perché differiscono dalle tradizionali finestre sia per la forma sia per la grandezza. In alcuni complessi produttivi dismessi le vetrate occupano le pareti ad altezza intera, oppure si sviluppano come finestre a nastro.

Gli impianti, spesso lasciati nella configurazione originaria a vista, devono subire appositi interventi di adeguamento, mentre i collegamenti verticali possono essere il risultato della trasformazione di montacarichi e scale di emergenza.

L’open space è un concetto che si applica alla composizione di ambienti con le caratteristiche dimensionali e strutturali tipiche della destinazione d’uso abitativa: in genere, l’apertura si crea tra zone collegate a livello funzionale, nelle quali ci si può spostare fisicamente o muovere con lo sguardo per interagire con persone e oggetti.

In ambito residenziale, un esempio molto diffuso è il soggiorno che si fonde con la zona pranzo e l’angolo cottura, dando vita a un unico living.

Se l’unità immobiliare che si organizza in open space è usata come studio professionale o ufficio, l’abolizione dei setti di divisione produrrà un ambiente esteso in cui ogni postazione “dialoga” con le altre, ma consente anche di concentrarsi sul lavoro grazie ad accorgimenti riguardanti l’arredo (per esempio, la collocazione strategica di scaffali).

Quali sono i pro e i contro del loft?

Avere a disposizione un loft significa sfruttare al massimo lo spazio anche in verticale: le notevoli altezze degli alloggi, ricavati da locali pensati per lo svolgimento di attività produttive o per lo stoccaggio di casse e grossi imballaggi, consentono di inserire soppalchi su cui collocare mobili e complementi vari. Se la zona giorno e l’area destinata allo home working condividono la quota zero, sul livello sopraelevato possono trovare spazio letto e comodino.

Il vantaggio principale del loft è la libertà di organizzare lo spazio in base alle proprie esigenze, senza scontrarsi con l’ostacolo di una ripartizione precostituita degli ambienti, ma, anzi, riservandosi la possibilità di cambiare continuamente la relazione tra le parti dell’alloggio.

Gli elementi strutturali non vengono vissuti come barriere di chiusura e si integrano nell’arredamento sotto forma di sostegni per attrezzature di complemento agli impianti.

D’altra parte, la matrice fuori scala degli edifici industriali produce una serie di svantaggi, tecnici e, di conseguenza, economici. Gli interventi necessari per adeguare alla nuova destinazione le dotazioni di un complesso produttivo dismesso comportano costi, da valutare con attenzione prima di optare per un loft.

Per esempio, i cavi elettrici, gli attacchi e le prese vanno collocati tenendo conto che gli spazi del loft ospiteranno attività di tipo domestico o, al limite, professionale: la potenza a disposizione e i consumi previsti non sono assolutamente paragonabili a quelli di un impianto produttivo e, inoltre, i punti di inserimento delle spine seguono logiche funzionali diverse dalla sequenza ripetitiva di macchine nella sala di una fabbrica.

Come arredare un loft?

Il successo delle soluzioni abitative ricavate da spazi industriali in disuso ha generato uno stile di arredamento che confluisce nel cosiddetto industrial style. La suggestione delle pedane in ferro, delle casse e dei bancali in legno (pallet) o dei tavoli da lavoro con inserti di cuoio, riemerge nei mobili che ormai sono parte dell’idea di loft.

Gli oggetti che, negli anni precedenti all’affermazione di una vera e propria tipologia, arredavano quasi per caso, come residuo del passato, le ex officine o i magazzini convertiti in abitazioni, oggi vengono prodotti in serie e trattati per avere l’aspetto degli ingranaggi usurati: si va dalle panche alle lampade, fino agli orologi e alle eliche di aeroplano, passando per poltrone più o meno consumate e armadietti di lamiera.

Per ottenere il massimo da un loft, molto meglio abbandonare qualsiasi stereotipo e scegliere l’arredamento più adatto a favorire l’organizzazione flessibile dello spazio. L’ideale è avvantaggiarsi delle caratteristiche dei locali con dimensioni così particolari, per esempio realizzando grandi pareti attrezzate lungo il perimetro e creando al centro aree per il relax e la socializzazione.