Descrizione
PREMESSA ALLA NUOVA EDIZIONE
Il viaggio libertario di Giuseppe Ciancabilla si compie in soli sette anni, sette anni a cavallo tra Ottocento e Novecento, un periodo breve ma intenso, in cui la sua energia intellettuale e la sua verve polemica consegnano all’anarchismo un uomo che ancora oggi si sottrae ad ogni aggettivo associabile alla parola “anarchico” («a noi basta qualificarci anarchici semplicemente»): cerchiamo di capire perché.
Ciancabilla non è un individualista per il semplice fatto che considera l’agire individuale parte dell’agire comune («mi rivolto, dunque siamo», per dirla con Camus): «l’individuo che è anarchico per sé lo è necessariamente per gli altri», mentre «l’individuo […] che è anarchico per gli altri […] non lo è in sostanza»; l’individuo che è anarchico per un proprio incontenibile bisogno di libertà e felicità «sarà costretto ad attirare altri nell’orbita della sua azione e della sua teoria; cercherà di convincerli, di dare ad essi l’energia che è esuberante nel suo essere, di deciderli all’azione»; l’individuo che, invece, si preoccupa di propagandare la propria idea non per un bisogno personale ma per trovare seguaci «è costretto a presentare quest’Idea sotto l’aspetto più seducente, accomodandola alle esigenze del suo pubblico, smussandola di ciò che può parere aspro e difficile a concepirsi, adattandola a tutte le esigenze curiose di coloro che vogliono sapere, vogliono prevedere, vogliono, prima di demolire, ricostruire idealmente il futuro» (si pensi alla nota discussione tra Merlino e Malatesta).
Ciancabilla, pur venendo in stretto contatto con gli ambienti anarchici francesi di influenza kropotkiniana (collabora con il giornale Les Temps Nouveaux, diretto da Jean Grave, ed è il primo a tradurre La conquista del pane in lingua italiana), non resta ancorato a formule evoluzionistiche, sottolineando la necessità di partecipare «a tutti i movimenti che rivestano un carattere di ribellione e di progresso»: «nessun anarchico può lottare