Le riflessioni di Ward pongono l'esperienza diretta, personale, corporea, alla base di ogni riflessione sull'architettura. L'habitat umano è attraversato e osservato dall'angolo visuale della vita quotidiana: un'architettura in carne e ossa lontana da ogni codificazione disciplinare.
Colin Ward, uno dei maggiori pensatori anarchici della seconda metà del Novecento, è stato anche un instancabile osservatore della storia sociale nascosta dell'urbanistica e dell'abitare: alle forme popolari e non-ufficiali di costruzione e manipolazione degli spazi urbani ha dedicato oltre venti libri. Gli interventi raccolti in questa antologia, tradotti per la prima volta in italiano, documentano le sue riflessioni sull'architettura e l'urbanistica, condotte con la precisione dello studioso, la freschezza dell'autodidatta e la passione del militante. Lo sguardo irregolare e partecipe di Ward – in anticipo sui tempi nella sua capacità di connettere strettamente architettura ed ecologia – rintraccia i «semi sotto la neve» di una possibile genealogia delle pratiche costruttive alternative, collegando tra loro esperienze e figure tra le più disparate: da Bernard Rudofsky agli scalpellini medievali, da Giancarlo De Carlo ai «paesaggi improvvisati» nel sud dell'Inghilterra, da Hassan Fathy agli autocostruttori di tutti i tempi.
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