Lettere di un padre alla figlia che si droga
Luciano Doddoli
1989(CDE)
"Cara Francesca, molti si vergognano dei figli drogati...Io che non ho nulla da perdere, ma tutto da acquistare, non mi vergogno di te...". Un padre scrive alla figlia. E' lontana, troppo lontana, perduta nei meandri della droga, sepolta in quel carcere dove non si vede e non si ascolta, ma solo ci si consuma. Quel padre cerca di forzare con le parole la più invalicabile delle solitudini. In una specie di terra di nessuno dove tutto si può dire, ricordare, inventare, egli ripercorre la propria esistenza per scoprire "il che cosa non ha funzionato" nel suo mancato rapporto con Francesca, con "colei che bella, giovane e con gli occhi che ridono, si è fatta fio a due grammi di eroina al giorno". E' così che ogni parola gettata diventa la punta tagliente di un'autoaccusa e la speranza impossibile diventa un impossibile ricordo. Il filo dell'amore si intreccia ad altri fili, fino a toccare quella distanza che ognuno di noi porta dentro di sé. E le lettere si fanno racconto, denso di rabbia e d'amore, dove chi scrive trova, nelle sue tensioni irrisolte, nelle sue paure, nelle sue dolcezze tradite, il possibile pretesto per un dialogo che superi incomprensioni e salti generazionali.
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